mercoledì 2 gennaio 2008

"Galaverna". Di Lorenzo Zangoli.


L'immagine che si stava formando, tra le tante di quegli ultimi rullini sviluppati, era quella di un uomo smilzo, smunto e rassegnato, con uno sguardo assente, assorto solo sul vuoto oltre le inferriate.
Non ricordavo d'aver scattato una simile fotografia, ne tantomeno di conoscere minimamente il personaggio che in essa vi appare. Non era certo la prima volta che ciò accadeva, cioè ritrovarmi impressionate immagini di luoghi persone e cose che non ricordavo. Le avrei messe a fuoco quasi sempre in un momento successivo, oppure no, ma non era mai importante ed a parte l'attimo di disorientamento iniziale... Questa era comunque una brutta immagine, fra tante forse anche peggiori, di un lavoro fatto o venuto decisamente male.
Seccato e demotivato, mi lasciai l'uscio alle spalle e, nonostante il gelo che attanagliava il paesaggio, camminai a lungo,vagando quasi casualmente, lungo viali, dove i radi rami, ingrossati dal gelo, dei loro alberi, mi rendevano ancora più irriconoscibile quella zona della città già a me poco nota. Stentavo a ritrovarmi.
Tra le improbabili attività di questo scorcio di città, fui attratto dalla bottega di un corniciaio, che doveva realizzare (ovviamente) cornici intagliando legno, incidendo pietrame non meglio riconosciuto, modellando fogli di rame, nonchè altri, più poveri e non, materiali ed ogni quant'altro gli permettesse di raggiungere il proprio obiettivo che era, ripresumevo, realizzar cornici. Ciò infatti lo si comprendeva solo da quella che eufemuisticamente la si poteva chiamare insegna, che coronava, ornata di candelotti ghiacciati, l'unico architrave che riuniva ingresso e vetrina. Vetrina che anzichè esporre prodotti dell'opera di tale attività, cioè il prodotto finito, metteva in bella (!) vista i materiali con cui veniva realizzato, cioè il prodotto iniziale.
Per lo meno, come fatto, è (o mi parve) anomalo.
Comunque il contesto mi invitava ad entrare. Un locale lungo e stretto con i materiali che si disponevano sul lato della vetrina arrivando fino a quello che doveva essere il laboratorio, mentre all'altro lato alcune vetrinette anche nuove e di bella fattura si alternavano ad altre semicadenti e malfatte. La polvere dominava su tutte. Il mio alito, che si condensava anche all'interno di questo locale, che più risentiva della temperatura esterna che di un calorifero interno, sembrava confondersi con essa. In queste vetrinette era esposto quello che doveva essere il prodotto finito: cornici. Cornici che ornavano foto, ritagli di giornali, nulla, scritte, ovvero la combinazione di due o più di essi. Il mio scalpiccio (o l'aver spostato inavvertitamente qualcosa) distolse l'attenzione, di colui che doveva essere il corniciaio, dalla propria opera. Alla tradizionale richiesta di quali fossero le mie esigenze, ho un sussulto. Rimango quasi inebetito nel rivedere, in colui che intagliava, l'immagine di colui che avveva impressionato la mia ultima foto, di cui non ricordavo la fonte, appena poco più di un'ora fà. Sussulto inebetito che diventa sgomento, quando avvicinandomi al corniciaio, in fondo al locale, in un'ultima misera vetrinetta (ma non più delle altre) vedo una mia recente (piacevole, gradevole) immagine, cerchiata, ornata in una serie di cornicine variamente, e perchè no, abilmente lavorate. Sgomento passeggero, perchè per quanto le composizioni inevitabilmente mi riportavano per associazione d'idee a quella che vengono applicate sulle lastre di marmo delle lapidi tombali nei campisanti, pernsavo (pur facendo tutti gli scongiuri possibili) che qualcuno affermava che ciò allungava la vita... Comunque non c'era scongiuro che tenesse quando nel ripiano sotto, della stessa vetrinetta, con lo stesso stile delle cornicine attorno la mia immagine, ornate tante volte, c'erano due date, sempre le stesse. Una coincideva maledettamente con quella della mia nascita, l'altra con quella odierna.
L'angolo laboratorio era leggermente più caldo, ma il freddo esterno si faceva ancora sentire e vedere tramite i nostri respiri.
Non c'eravamo mai conosciuti. Mi disse che la mia immagine probabilmente l'aveva ritagliata da un quotidiano locale (a livello locale ero un fotografo un niente noto e qualche mostricciattola con altri mi era capitato di farla) e più volte fotocopiata. La data della mia nascita altrettanto probabilmente era sotto di essa. La data odierna era quella con cui oggi completava quella serie di cornicine.
Da parte mia invece assolutamente nulla riusciii a riferire che potesse condurre alla sua foto. Un uomo che gli somigliava dietro una cancellata, era la cosa più razionale a cui potessi pensare, doveva aver catturato la mia attenzione in un'attimo di noia.
La bufera di neve fuori a ripreso a sibilare.
Quasi come conoscenti di vecchia data si disserta e si ironizza sulle coincidenze che oggi ci hanno coinvolto.
Mi invita alla sua frugale desco serale.
Sono distante più di un'ora da casa: accetto. Mi ritrovo seduto ad un tavolino, davanti un angolo cottura, dietro una tenda che lo separa dal laboratorio.
Nonostante lo sbuffo del bollore di quel pentolino già sul fuoco, ormai il gelo rende quasi inutile anche il tenue tepore dell'unica stufa.
Il tavolino è già apparecchiato per due. Mi è risultato subito evidente dove avrei dovuto sedermi.
La cena ha un sapore strano; nella stanza non c'è più nessun calore.
Avrebbe voluto essere sua consuetudine, avere un ospite, committente o conoscente, a cena.
Il freddo s'appropria sempre più della stanza.
Ciò, però gli capitava sempre più di rado.
La galaverna ormai mi gela, mi ha gelato, l'anima.
Non ho più fiato in gola...

Lorenzo Zangoli

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3 commenti:

Nicola Andrucci ha detto...

x il Top: secondo me il racconto necessita di qualche piccola correzione, soprattutto nei tempi utilizzati: a volte il presente e a volte il passato. Se ti va di risistemarlo, poi lo ripubblico.

Red ha detto...

Uno degli add messi sul blog da Google era siffatto:

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Non ti fidare di Google! :)

Nicola Andrucci ha detto...

nel mio blog quella domanda c'è sempre. Non so come mai. Mah